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	<title>Esami di Maturità</title>
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		<title>Complessità e relazioni internazionali: qualche questione di fondo</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 07:37:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>arik</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una finestra sul mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Complessità]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni internazionali]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento del Dott. Roberto Menotti di Aspen Institute Italia (ultimo libro: “ Mondo Caos. Politica internazionale e nuovi paradigmi scientifici - Bari, 2010 -) dal titolo “ Complessità e relazioni internazionali: qualche questione di fondo “. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Introduzione</p>
<p>Riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento del Dott. Roberto Menotti di Aspen Institute Italia (ultimo libro: “ Mondo Caos. Politica internazionale e nuovi paradigmi scientifici &#8211; Bari, 2010 -) dal titolo “ Complessità e relazioni internazionali: qualche questione di fondo “.</p>
<p>“ Il termine “complessità” incute solitamente rispetto, perfino timore. E’ spesso utilizzato, deliberatamente, come arma impropria per marcare un campo di indagine, e affermare una sorta di diritto quasi esclusivo alla comprensione – lasciate fare a chi parla o scrive, perchè capisce la complessità che a voi invece sfugge.<br />
Se applicato alle relazioni internazionali, un concetto rigoroso di complessità può essere in effetti espresso in modo perfino semplice, e certamente utile: è complesso qualunque fenomeno o processo che sia di tipo non lineare. Ne conseguono molte caratteristiche di grande interesse per chi studia questioni internazionali, e più genericamente sociali.<br />
Anzitutto, un fenomeno complesso non si presta ad un’interpretazione proporzionale del rapporto tra cause ed effetti, perché il cambiamento di una variabile può produrre effetti sproporzionati (l’effetto-valanga per cui un voto sposta l’Assemblea Generale dell’ONU, o l’effetto-contagio per cui un’agenzia di rating produce una crisi globale).<br />
In secondo luogo, la “stabilità” di un sistema (sia esso statuale, regionale, globale) andrà ridefinita in modo assai dinamico, perché la condizione di equilibrio è non solo temporanea ma davvero effimera, e in un certo senso solo apparente – visto che un equilibrio nasconde probabilmente l’accumularsi di forze sommerse che esploderanno come in un terremoto. Di fronte a processi non lineari, dobbiamo aspettarci l’improvviso aumento della turbolenza e sapere che esso può avere cause in apparenza marginali, il cui “peso” sarà determinato dalla tempistica e dalla posizione rispetto ad altri fattori, come quando un Gorbaciov arriva al potere in un paese che era ormai quasi impossibile di riformare.<br />
Inoltre, in un contesto tecnicamente complesso alcuni fattori servono da catalizzatori, cioè acceleratori del cambiamento: si pensi a Internet per la globalizzazione, o agli hedge funds per gli squilibri economici mondiali, o a un singolo attentato alle Torri gemelle di New York.<br />
Del resto, applicare l’idea di complessità – con le sue vaste implicazioni certamente difficili da valutare e gestire appieno – alla politica e all’economia globale significa in sostanza riportare le “scienze sociali” alle loro radici umane, e dunque anche biologiche e fisiche. La vita biologica è complessa, anzi molto complessa, dalla fotosintesi alla struttura di un organismo unicellulare, dalla simbiosi tra specie fino all’ecosistema. Perché stupirsi allora del fatto che il sistema internazionale, in quanto creazione umana in parte deliberata e in (gran) parte “emergente” da interazioni ripetute, sia enormemente complesso?<br />
Se si assume questa prospettiva, rifugiarsi nell’illusione della semplicità è non soltanto futile, ma pericoloso. Immaginare di trovarsi in un contesto lineare – mentre invece si vive in un ambiente non lineare – significa fare quasi sempre le scelte sbagliate, e poi farsi immancabilmente sorprendere dalle conseguenze.<br />
Ma può la complessità, se intesa in senso corretto, offrire delle ricette per la decisione e l’azione concreta? Sì, può offrire almeno risposte probabilistiche a molte domande. A patto di ricordare che il “Piano A” – anche la più sofisticata e meglio ponderata delle policy – sarà soprattutto un onesto tentativo di tastare il terreno e preparare l’opinione pubblica.<br />
Ciò che conta sarà l’inevitabile “Piano B”, da attuare con immaginazione e flessibilità appena le cose si faranno… complesse. “</p>
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		<title>Occupazione, come reiventarla (Il Mondo, di Ennio Caretto, n. 29-2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 15:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gavina Saba</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esami di Maturità]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
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		<description><![CDATA[A  metà del 2010, l’anno delle turbolenze monetarie, le opinioni di Washington  e Bruxelles sono concordi: sebbene il primo semestre sia stato funesto per  le Borse e gli Usa e l’Ue stentino a riprendersi economicamente, il pericolo  di una seconda Grande recessione dopo quella del 2008 è remoto. Ma secondo  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A  metà del 2010, l’anno delle turbolenze monetarie, le opinioni di Washington  e Bruxelles sono concordi: sebbene il primo semestre sia stato funesto per  le Borse e gli Usa e l’Ue stentino a riprendersi economicamente, il pericolo  di una seconda Grande recessione dopo quella del 2008 è remoto. Ma secondo  il Pew center e altri noti istituti di ricerca americani, è una magra  consolazione per decine di milioni di lavoratori occidentali. Dalle loro  analisi dei mercati del lavoro, anche se la crisi venisse superata a breve,  difficilmente negli anni Dieci Usa e Ue tornerebbero al quasi pieno impiego.  Per l’Occidente, ammonisce anzi il Pew center, il problema strutturale più  grave del prossimo decennio sarà proprio la disoccupazione. Rimarrà elevata,  produrranno più nuovi posti di lavoro i colossi emergenti e altri Paesi del  terzo mondo. Un’inversione delle parti che provocherà squilibri profondi, se  i governi e le imprese occidentali non correranno ai ripari. L’analisi si  basa soprattutto sui dati americani. Dal dicembre del 2007, quando iniziò  l’attuale crisi, gli Usa hanno perso 8 milioni di impieghi circa. La  disoccupazione reale, sottolinea il Pew center, non è del 9,5% ma del 16,5%  (le statistiche ufficiali tengono conto solo delle domande di lavoro agli  uffici di collocamento). Aumenta inoltre la sottoccupazione: la metà dei  lavoratori americani si è vista ridurre le ore di lavoro e con esse i salari  e gli stipendi. Semplicemente per reggere il passo della crescita della  popolazione, prosegue il Pew center, l’America dovrebbe creare ogni anno 250  mila impieghi al mese. Ma è una missione impossibile per ora, ai lavoratori  saranno imposte ulteriori privazioni. E l’Europa, la cui ripresa è più  modesta di quella Usa ? Ha un migliore sistema assistenziale ma anche un più  rigido mercato del lavoro. Le riuscirà ancora più arduo combattere la  disoccupazione. Il New York Times ha svolto un’inchiesta tra le grandi  imprese Usa. Ha scoperto che hanno reagito alla crisi con misure a lungo  termine che danneggiano la manodopera nazionale: hanno accellerato  l’automazione dei loro impianti, licenziato le maestranze meno  specializzate, spostato parte della produzione nei Paesi in via di sviluppo  per tagliare i costi. Laura D’Andrea Tyson, l’ex consigliere economico del  presidente Bill Clinton, ha condotto ricerche tra le massime multinazionali  Usa, con lo stesso risultato. Ha stabilito che oggi investono in prevalenza  all’estero (un caso è quello della General motors, che per la prima volta il  semestre scorso ha venduto più auto in Cina che in America). Anche il  mercato del lavoro è diventato globale ed è molto più competitivo, avverte  l’economista: i nostri lavoratori rischiano di non sapere rispondere alla  sfida. Monito che vale altresì per l’Europa, sebbene gli impieghi vi siano  più protetti. La globalizzazione del mercato del lavoro aveva posto  all’Occidente degli interrogativi ancora prima della crisi. Ma essa ha reso  urgente dare loro una risposta. Laura d’Andrea Tyson ha osservato che dal  1987 al 2007 le multinazionali Usa portarono da 5 a 10 milioni il numero dei  dipendenti all’estero, e da 18 a 22 milioni quello dei dipendenti in  America. Ma adesso emarginano questi ultimi. Come rimediarvi ? L’ex  consigliere di Clinton suggerisce la riqualificazione della manodopera  nazionale, investimenti nelle nuove tecnologie, una riforma fiscale che  aiuti le imprese, il rilancio dell’export, la liberalizzazione dei commerci  e la stabilizzazione monetaria. Misure che comportano un drastico  re-orientamento dell’economia occidentale, sino a ora ostaggio dei servizi  finanziari, delle speculazioni, dei profitti trimestrali e dell’eccesso dei  consumi. E, di nuovo, valide per l’Europa, Italia in testa. Stando al Pew  center, sindacati e lavoratori non sono senza colpe per l’emergenza  disoccupazione. Ma ultimamente hanno dimostrato di essere pronti a  collaborare con governi e imprese.</p>
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		<title>Vieni da Guantanamo? Non importa, dice il giudice a New York (Il Foglio, 15/07/2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 10:40:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gavina Saba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 27  settembre l’agente operativo di al Qaida Ahmed Khalfan Ghailani sarà  processato in un tribunale di New York. Un processo ordinario, dopo che  Ghailani è stato detenuto nel carcere di Guantanamo per quattro anni senza  vedere un giudice.
Il trasferimento di quello che fra le varie mansioni era  anche guardia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 27  settembre l’agente operativo di al Qaida Ahmed Khalfan Ghailani sarà  processato in un tribunale di New York. Un processo ordinario, dopo che  Ghailani è stato detenuto nel carcere di Guantanamo per quattro anni senza  vedere un giudice.</p>
<p>Il trasferimento di quello che fra le varie mansioni era  anche guardia del corpo di Osama bin Laden avrebbe dovuto essere l’apripista  del progetto obamiano di chiudere Guantanamo, tramutando la logica delle  corti militari in una procedura penale ordinaria dove ai detenuti fossero  garantiti gli stessi diritti dei cittadini americani. Due giorni fa, il  giudice della corte di New York Lewis Kaplan ha stabilito che la cosa non si  può fare. Il tribunale americano non ha accolto il ricorso degli avvocati di  Ghailani: volevano che il loro cliente fosse rilasciato perché la detenzione  a Guantanamo aveva violato i suoi diritti, primo fra tutti quello di essere  giudicato in tempi brevi. La sentenza di Kaplan ha sciolto uno dei dubbi  fondamentali sul trasferimento dei detenuti: una volta portati sotto la  legge ordinaria, che succede ? Come ci si comporta con il passato? Si  cancella tutto o gli avvocati possono appellarsi retroattivamente ? La  sentenza del tribunale newyorchese, destinata a fare scuola, dice in termini  giuridicamente corretti che quello che succede a Guantanamo rimane a  Guantanamo. “ Non c’è nessuna evidenza che il ritardo nell’inizio del  processo abbia intaccato le possibilità di difendersi per Ghailani “, scrive  il giudice Kaplan, che “ capisce la rabbia di chi non è d’accordo sul fatto  che sospetti terroristi abbiano gli stessi diritti dei cittadini americani  “. Ghailani sarà processato per le azioni terroristiche che lo hanno portato  a una prigione segreta della Cia e poi a Guantanamo, ma tutto ciò che è  accaduto nel frattempo non costituisce argomenti validi per un ricorso.  Nello scrivere le motivazioni, il giudice Kaplan ha tenuto ha tenuto conto  del fatto che l’accusa di aver ucciso 224 persone e di averne ferite oltre  mille costituiva un motivo ragionevole per imprigionare Ghailani senza  perdersi in disquisizioni in punta di diritto. Come dire: da qui in poi si  fa un processo normale, il passato è passato. Per la politica illiminata di  Obama, che ha fatto della chiusura di Guantanamo un’ossessione più che un  sogno, la sentenza di New York è un segnale duplice: da una parte, sarà più  semplice processare altri detenuti in una corte ordinaria sul suolo degli  Stati Uniti; dall’altra, il sogno del garantismo perfetto viene spezzato.  Quanto deciso a New York ridimensiona l’ambizione enorme di ribaltare  l’odiata invenzione di George W.Bush per venire a capo in modo efficace  della detenzione di terroristi che dovevano essere fermati in modo urgente e  tempestivo. L’Amministrazione potrà tentare di organizzare processi ordinari  sul suolo americano per i 181 detenuti ancora rinchiusi a Guantanamo, ma se  prevarrà la logica applicata per il primo processo di New York, l’essenza  stessa della logica garantista perderà un’aliquota del suo valore ideale.<br />
La procedura non è generalizzabile e, se altri processi di detenuti a  Guantanamo saranno celebrati in America, ogni imputato avrà il diritto di  ricorrere e ogni giudice competente avrà l’analogo diritto di accogliere il  ricorso. Ma il caso di Ahmed Khalfan Ghailani ha tratti esemplari: nato in  Tanzania, ancora ventenne si è unito alla causa del terrorismo islamista,  diventando uno degli esperti di esplosivi che nel 1998 hanno organizzato gli  attentati alle ambasciate in Tanzania e Kenya. Poi la fuga in Pakistan, la  scalata sociale nei ranghi di al Qaida, fino all’ingresso trionfale nei  ranghi di Bin Laden. Il ruolo formale di “ guardia del corpo “ o “ autista “  dello sceicco arabo non rende ragione di un professionalità così avanzata  nel campo del terrore. Se a Ghailani viene negata la possibilità di  ricorrere per l’evidente preponderanza dei fatti commessi rispetto ai  diritti negati con il confino a Guantanamo, difficilmente la mente dell’11  settembre, Khalid Sheil Mohammed, potrà godere di tali privilegi. È a quel  processo &#8211; già fissato e rimandato varie volte, con tutto il corollario  simbolico &#8211; che Obama aspira per l’affermazione di una narrativa legale  sulla quale gli stessi giudici americani sono scettici. Non tanto nella  forma, quanto nella sostanza.</p>
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		<title>L’immigrazione utile per la ripresa dell’area Ocse (L’Osservatore Romano, 14/07/2010)</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 10:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gavina Saba</dc:creator>
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		<category><![CDATA[migrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La migrazione  internazionale è diminuita durante la crisi economica, ma con la ripresa gli  immigrato saranno nuovamente necessari per colmare le carenze di manodopera  e competenze. Lo afferma l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo  economico (Ocse) nel rapporto sulle previsioni per il 2010 dell’immigrazione  internazionale. L’afflusso di immigrati verso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La migrazione  internazionale è diminuita durante la crisi economica, ma con la ripresa gli  immigrato saranno nuovamente necessari per colmare le carenze di manodopera  e competenze. Lo afferma l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo  economico (Ocse) nel rapporto sulle previsioni per il 2010 dell’immigrazione  internazionale. L’afflusso di immigrati verso i Paesi dell’Ocse, afferma il  rapporto, è sceso di circa il 6 per cento nel 2008 (a 4,400 milioni di  persone), invertendo l’andamento di cinque anni di aumenti annui medi  dell’11 per cento. Dati più recenti indicano un’ulteriore diminuzione nel  2009. Il calo, spiega il rapporto, riflette una diminuzione della domanda di  lavoro nei Paesi Ocse e gli immigrati sono stati duramente colpiti dalla  crisi, in particolare i giovani. Il rapporto rileva che i Governi dei Paesi  Ocse dovrebbero,, quindi, fare ogni sforzo per assistere gli immigrati che  hanno perso il posto, garantendo loro gli stessi diritti dei disoccupati  locali sia fornendo supporto per cercare lavoro sia aiutandoli con corsi di  lingua per integrarsi. Secondo l’organismo con sede a Parigi, senza un  aumento degli attuali tassi di immigrazione, la popolazione in età  lavorativa nei Paesi dell’area crescerà solo dell’1,9 per cento nei prossimi  10 anni, rispetto a un incremento dell’8,5 per cento tra il 2000 e il 2010.</p>
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		<title>rapporto fra complessità e cooperazione internazionale (13/07/2010)</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 10:42:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gavina Saba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo del Dott. Gabriele Quinti  (Direttore del Cerfe, www.cerfe.org).
La cooperazione internazionale, anche restringendo l’attenzione alla sola  cooperazione internazionale connessa all’aiuto allo sviluppo, è un processo  di grandissima complessità per almeno sei ordini di motivi.
In primo luogo, perché tende a coinvolgere, per essere efficace e  pertinente, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo del Dott. Gabriele Quinti  (Direttore del Cerfe, <a href="http://www.cerfe.org/">www.cerfe.org</a>).</p>
<p>La cooperazione internazionale, anche restringendo l’attenzione alla sola  cooperazione internazionale connessa all’aiuto allo sviluppo, è un processo  di grandissima complessità per almeno sei ordini di motivi.<br />
In primo luogo, perché tende a coinvolgere, per essere efficace e  pertinente, un gran numero e, soprattutto, una vasta tipologia di attori  (organismi internazionali, governi, local authorities, NGOs, imprese, altri  entità della società civile, cittadini, ecc.) estremamente differenziati tra  loro (anche e, si potrebbe dire quasi soprattutto, all’interno di uno stesso  tipo) quanto ad approcci, finalità, strategie, modalità di funzionamento,  ecc.. E ciò vale non solo per la cooperazione allo sviluppo nel suo insieme,  ma anche per il singolo intervento, anch’esso derivante dalla interazione di  una molteplicità di attori.<br />
In secondo luogo, perché la cooperazione internazionale allo sviluppo si  configura non come “semplici” progetti (che peraltro non sarebbero semplici  per nulla) ma come forme di sostegno a processi in atto. Processi che, in  quanto tali, comportano miriadi e miriadi di fenomeni, dinamiche, variabili,  di carattere sociale, economico, giuridico-istituzionale, tecnico,  eco-ambientale, ecc. che non è possibile “controllare” esaustivamente, ma  che, per lo meno, bisogna comprendere sufficientemente, pena l’inutilità se  non la dannosità di tali forme di sostegno. A ciò bisogna aggiungere che i  contesti in cui si opera sono spesso molto differenti tra loro.<br />
In terzo luogo, è opportuno ricordare che la cooperazione internazionale  allo sviluppo si “occupa” di fenomeni denominati “sviluppo”, “povertà”,  “governance”, “esclusione sociale”, ecc. (già di per sé complessi) in  relazione ai quali esistono decine di accezioni diverse, talvolta anche in  parziale contrasto tra loro. Pertanto, quando si parla, solo per fare un  esempio, di “sradicamento della povertà” si possono intendere cose molto  diverse, perché molto diverse sono le definizioni di povertà anche guardando  solo a quelle proposte in ambito Banca Mondiale e Nazioni Unite.<br />
In quarto luogo (e ciò un po’ legato, in modo biunivoco, ai due punti  precedenti) non si può trattare di cooperazione internazionale se non a  partire da un approccio fortemente multidisciplinare. E, come è noto, ogni  disciplina ha un proprio bagaglio teorico-concettuale, tutt’altro che  omogeneo con quello delle altre (anche se ci sono, ovviamente, delle aree di  convergenza).<br />
Un quinto insieme di fattori da prendere in considerazione è connesso ai  meccanismi di finanziamento della cooperazione allo sviluppo. Meccanismi non  solo altamente differenziati nella loro natura (contributi,  sovvenzioni/doni, crediti agevolati e non, riconversione del debito,  cancellazione del debito; finanziamenti legati e slegati; canali bilaterale,  multibilaterale e multilaterale; ecc.) ma anche dipendenti da sistemi di  regole e pratiche differenziati secondo i vari enti finanziatori. E’  senz’altro vero che, negli ultimi anni, si è cercato di raggiungere una  maggiore omogeneità o, per lo meno, coerenza di procedure. Ciò non di meno,  il tutto permane molto complicato tanto più che la platea dei finanziatori  dello sviluppo è sempre più vasta (elemento positivo visto che, al contempo,  i fondi pubblici tendono spesso a diminuire).<br />
<em>Last but not least</em>, bisogna considerare come si è evoluto il mondo da questo  specifico punto di vista. Due o tre decenni fa si poteva parlare (peraltro,  a mio avviso, già in modo improprio o comunque fortemente approssimativo) di  “Paesi sviluppati” e “Paesi in (via di) sviluppo”. Oggi, questa distinzione  ha totalmente perso anche quel poco di significato che tempo fa poteva  ancora avere. Non c’è più una distinzione in due categorie ma piuttosto una  matrice fatta di linee continue sulle quali i vari Paesi (o anche i vari  contesti territoriali) si situano (anche molto distanti) a secondo degli  indicatori o degli insiemi di indicatori che di volta in volta si possono  utilizzare.<br />
Senza il minimo dubbio ci sono molteplici altri fattori da prendere in  considerazione. Ma quelli trattati mi paiono sufficienti a dimostrare  l’estrema complessità della cooperazione internazionale allo sviluppo.  Complessità, si badi bene, tutt’altro che negativa. Come considerare  negativa, infatti la presenza in quest’arena di miriadi di attori? O di una  tipologia sempre più vasta di soggetti finanziatori? O la fecondità di un  approccio multidisciplinare? La complessità, a questo riguardo, non è né  negativa, né positiva. E’ un dato di fatto. Negativo, anzi pericoloso, però  è trascurarla o anche, solo, sottovalutarla come talvolta fanno o, per lo  meno, rischiano di fare alcuni fra gli attori della cooperazione allo  sviluppo, magari anche dotati delle migliori intenzioni.</p>
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		<title>Quel massacro di Al Qaeda e i nuovi rischi per l’Africa</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 07:40:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>arik</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I qaedisti veri non amano le avventure. Investono a lungo termine. 
Spesso tra l’annuncio di una campagna all’attuazione del piano passano mesi. A volte anni. Ed è quello che è accaduto in Africa, ritenuta sin dagli anni 90 un teatro ideale anche se complesso. Osama ha investito in uomini e risorse schierandosi al fianco dei ribelli somali nel 1993. Poi ha ispirato le stragi in Tanzania e Kenya del 1998, quindi a Mombasa nel 2002. Ora che la Al Qaeda tradizionale è trincerata in Pakistan, il testimone è passato ai federati. E nel caso olandese ad agire è stato il movimento somalo Shabab.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I qaedisti veri non amano le avventure. Investono a lungo termine.<br />
Spesso tra l’annuncio di una campagna all’attuazione del piano passano mesi. A volte anni. Ed è quello che è accaduto in Africa, ritenuta sin dagli anni 90 un teatro ideale anche se complesso. Osama ha investito in uomini e risorse schierandosi al fianco dei ribelli somali nel 1993. Poi ha ispirato le stragi in Tanzania e Kenya del 1998, quindi a Mombasa nel 2002. Ora che la Al Qaeda tradizionale è trincerata in Pakistan, il testimone è passato ai federati. E nel caso olandese ad agire è stato il movimento somalo Shabab. È una realtà eversiva che mette inseme la fazione e cellule semi-autonome qaediste. Punta su obiettivi locali &#8211; l’offensiva contro le autorità somale  &#8211; e regionali, i Paesi come l’Uganda e l’Eripia. Collabora con i Jihadisti dello Yemen, altri protagonisti del terrorismo “ ibrido “, che coniuga agenda nazionale e internazionale. Al Shabab ha raccolto mujaheddin africani, volontari arabi e pachistani, militanti occidentali pescando nelle folte comunità all’estero. Uganda, Kenya, Tanzania, Nord Europa e Stati Uniti rappresentano dei bacini di reclutamento perfetti. Così se i primi kamikaze erano “ indigeni “, gli ultimi avevano passaporti americani, danesi, inglesi, svedesi, canadesi. Una colonia straniera &#8211; dicono gli 007 &#8211; formata tra i 300 e 1200 membri. Numeri che, insieme alla strage di Kampala, confermano come la sfida sia internazionale. Lo Shabab si sente sicuro, ha l’investitura degli ideologi esterni, si considera parte di un disegno che supera i deboli confini locali. E userà il massacro olandese a fini propagandistici. Per questo gli esperti si aspettano nuove sorprese, magari con attentati lontani dal Sud dell’Africa.<br />
(Guido Olimpio)<br />
Il Corriere della Sera, 13 luglio 2010</p>
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		<title>Presidente brasiliano: a Malabo per nuovi accordi cooperazione (Agenzia Misna, 5-6 luglio 2010)</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 13:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gavina Saba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Discussioni di possibili ambiti di partenariato, scambio di idee e opinioni  con particolare riferimento alla riforma delle Nazioni Unite, alla crisi  economica globale, al surriscaldamento del pianeta e firma di cinque accordi  di cooperazione: questa la sintesi della visita del presidente brasiliano  Luiz Inácio Lula da Silva, oggi a Malabo, Guinea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Discussioni di possibili ambiti di partenariato, scambio di idee e opinioni  con particolare riferimento alla riforma delle Nazioni Unite, alla crisi  economica globale, al surriscaldamento del pianeta e firma di cinque accordi  di cooperazione: questa la sintesi della visita del presidente brasiliano  Luiz Inácio Lula da Silva, oggi a Malabo, Guinea Equatoriale, per la seconda  tappa del suo ultimo viaggio presidenziale in Africa.</p>
<p>In un comunicato  congiunto reso noto dal governo guineano, sono stati specificati termini dei  cinque accordi raggiunti: creazione di una commissione mista di  cooperazione; soppressione dei visti di ingresso per i possessori di  passaporti diplomatici; accordo di cooperazione in materia di difesa;  accordi di carattere diplomatico in merito alle attività nelle rispettive  sedi di rappresentanza; memorandum di intesa in materia di formazione e  interscambio di esperienze nell’ambito diplomatico e consolare. Primi passi,  secondo Lula e il presidente guineano Obiang Nguema Mbasongo, per creare le  basi di una più solida collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico.  “Entrambi – dice la nota del governo di Malabo – hanno espresso  soddisfazione perché i settori di cooperazione toccati dagli accordi sono  direttamente relazionati alle necessità di base dei due popoli e sono  orientati a contribuire alla promozione dello sviluppo umano, sociale ed  economico dei due paesi”. Affrontando il tema della crisi economica globale,  sia Lula che Obiang hanno ricordato che la recessione è stata diretta  conseguenza di turbolenze finanziere generate nei paesi del nord del mondo e  hanno invitato ad evitare che le misure adottate da questi paesi abbiano  effetti negativi sulle economie dei paesi in via di sviluppo. Lula, che ha  invitato Obiang a visitare il Brasile, aveva partecipato ieri a Capo Verde a  un vertice della Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas),  ribadendo con calore l’importanza dei legami tra Africa e Brasile.</p>
<p>Nel suo  nono viaggio in Africa da presidente, lasciata Malabo, Lula si recherà in  Kenya, quindi Tanzania, Zambia e Sudafrica, dove assisterà alla finale dei  Mondiali di calcio.</p>
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		<title>Ma le colonie restano il nodo (Francesca Paci, La Stampa, 7 luglio 2010)</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 13:43:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gavina Saba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gershon Baskin non  si fida. Il direttore di Ipcri, il principale think-tank  israelo-palestinese, segue la visita americana del premier israeliano come  un film già lvisto: “ Potrebbe essere benissimo un servizio registrato anni  fa “.
D) Secondo Netanyahu “ è giunto il momento per avviare colloqui diretti “  con i palestinesi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gershon Baskin non  si fida. Il direttore di Ipcri, il principale think-tank  israelo-palestinese, segue la visita americana del premier israeliano come  un film già lvisto: “ Potrebbe essere benissimo un servizio registrato anni  fa “.<br />
D) Secondo Netanyahu “ è giunto il momento per avviare colloqui diretti “  con i palestinesi. Perché non la convince ?<br />
R) Sono parole che ho sentito tante volte. Netanyahu le ripete sempre. Ma  cosa ha dichiarato a proposito delle colonie ? Non mi sembra granché. Eppure  sono certo che ne abbia discusso con Obama, è il fulcro dei colloqui di  pace. Aspetto di sentire cosa riferirà alla Knesset quando tornerà in  Israele.<br />
D) Darà una versione soft degli impegni presi per compiacere la destra ?<br />
R) Cosa significa che i colloqui diretti cominceranno entro settembre, prima  della scadenza della moratoria sui nuovi insediamenti ebraici nei territori  palestinesi ? E dopo ? Nessun processo di pace è possibile se riparte la  costruzione delle colonie.<br />
D) Che messaggio manda Obama a israeliani e palestinesi ?<br />
R) Ai palestinesi concede chiaramente il diritto a uno Stato indipendente ma  non fornisce dettagli. Agli israeliani, i veri destinatari, garantisce che  l’America è con loro, che gli garantirà sicurezza e tecnologia ma chiede in  cambio che accettino di correre dei rischi per la pace. Il deciso  endorsement di Obama dovrebbe motivare Netanyahu.<br />
D) E se al suo posto ci fosse stata Tzipi Livni ?<br />
R) La Livni è stata una delusione. Ha avuto molte chances, ha parlato un  anno con Abu Ala e ha fallito.<br />
D) Confermerà Bibi il teorema secondo cui storicamente i palestinesi hanno  ottenuto più dalla destra del Likud che dai laburisti ?<br />
R) Netanyahu è schiacciato tra la ragion politica interna e quella  ideologica. Temo che inclini più per la seconda. Il cospicuo movimento dei  coloni lo pressa e lui sa che per sbloccare la situazione deve ritirarsi  almeno dal 96% della Cisgiordania, un processo assai più lungo e ocmplicato  del disimpegno lampo da Gaza di Ariel Sharon che richiede un consenso assai  maggiore.<br />
D) E’ possibile che lo stallo dei negoziati dipenda solo da un gruppo per  quanto numeroso di oltranzisti ? Se tacesse, Netanyahu smantellerebbe  davvero le colonie ?<br />
R) Il premier israeliano ha paura di uno stato palestinese con propri  confini. Seppure Israele riuscisse a controllare quello occidentale, il suo,  non avrebbe alcuna garanzia che il fronte orientale, sul lato Giordano, non  diventi un’autostrada per il traffico d’armi come la frontiera tra Gaza e  l’Egitto. Per questo non mi fido. In teoria potrebbe fare la pace come Nixon  con la Cina, ma in pratica aspetto ancora di vederlo.</p>
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		<title>E’ una scelta per superare le divisioni (Avvenire, 6 luglio 2010)</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 15:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gavina Saba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista di Luigi Geninazzi all’ex premier polacco Mazowicki &#8211; stralcio
D) Che presidente sarà per la Polonia Bronislaw Komorowski ?
R) Sarà un ottimo presidente. È una persona molto seria e preparata, capace  di lavorare con gli altri e di costruire unità all’interno del Paese. E ne  ha dato prova sia come maresciallo della Dieta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista di Luigi Geninazzi all’ex premier polacco Mazowicki &#8211; stralcio</p>
<p>D) Che presidente sarà per la Polonia Bronislaw Komorowski ?<br />
R) Sarà un ottimo presidente. È una persona molto seria e preparata, capace  di lavorare con gli altri e di costruire unità all’interno del Paese. E ne  ha dato prova sia come maresciallo della Dieta (la Camera bassa del  Parlamento polacco), sia in questi ultimi due mesi quando ha assunto il  delicato ruolo di presidente ad interim della Repubblica polacca.<br />
D) Quando l’ha conosciuto ?<br />
R) Nel 1981, durante lo stato di guerra proclamato da Jaruzelski per mettere  fine all’esperienza di Solidarnosc. Ci siamo trovati assieme come  prigionieri nel campo d’internamento di Jaworze. Lì è nata la nostra  amicizia. Poi, quando nel 1989 sono stato nominato primo ministro, l’ho  chiamato a lavorare nel mio governo dove ha ricoperto la carica di  sottosegretario alla Difesa.<br />
D) Molti temono che da capo dello Stato Komorowski non riuscirà ad essere  una figura autonoma dal permier Tusk …<br />
R) Tra i due ci sarà collaborazione e questo sarà un fattore molto  importante di stabilità e di sviluppo per la Polonia. Se Komorowski ha vinto  è perché tanta gente ha un giudizio negativo sulla difficile coabitazione  tra il capo dello Stato e quello del governo negli ultimi anni. Si volta  pagina. Komorowski non sarà comunque un uomo di parte. Con lui ha vinto la  Polonia ragionevole ed aperta, la Polonia che non sa superare le divisioni.<br />
D) Ma le divisioni sono il sale quotidiano della politica ….<br />
R) Certamente, ma se vengono gridate ed esagerate no soffre l’intera  comunità civile. Non dobbiamo dimenticare che abbiamo vissuto una stagione  recente di odi e di veleni immessi con accanimento nella vita pubblica.  C’era bisogno di aria nuova, non solo ai vertici del potere ma all’interno  della società.<br />
D) Sul piano internazionale quale sarà il compito più urgente che dovrà  affrontare la Polonia di Komorowski ?<br />
R) Il miglioramento dei rapporti con la Russia, insieme con un rinnovato  impegno europeista per superare la difficile crisi economica e sociale che  stiamo vivendo a livello globale.</p>
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		<title>Onu. Nasce l’Ufficio per i diritti delle donne (Agenzia Misna, 5 luglio 2010)</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 15:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gavina Saba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In lingua inglese si  chiama ‘Un Women’, si concentrerà esclusivamente sulla promozione dei  diritti delle donne ed è l’ultimo organismo nato nell’ambito della famiglia  delle Nazioni Unite. Presentato Venerdì scorso dal segretario generale  dell’Onu, Ban Ki-moon, ‘Un Women’ eredita mezzi e strumenti di quattro  diversi uffici già esistenti e dedicati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In lingua inglese si  chiama ‘Un Women’, si concentrerà esclusivamente sulla promozione dei  diritti delle donne ed è l’ultimo organismo nato nell’ambito della famiglia  delle Nazioni Unite. Presentato Venerdì scorso dal segretario generale  dell’Onu, Ban Ki-moon, ‘Un Women’ eredita mezzi e strumenti di quattro  diversi uffici già esistenti e dedicati in maniera diversa all’eguaglianza  di genere:  “Unendo queste esperienze dedicate alle questioni femminili &#8211; ha  detto Ban Ki-moon &#8211; gli stati membri hanno dato vita a una voce più forte  per le donne e per le pari opportunità a livello globale. D’ora in avanti  sarà molto più difficile per il mondo ignorare le sfide che le donne sono  costrette ad affrontare”. Il quartier generale di ‘Un Women’ sarà a New  York, negli Stati Uniti; la struttura sarà guidata da un vice-segretario  generale che sarà nominato prossimamente da Ban Ki-mon.</p>
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